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anno VIII n. 10 - ottobre 1999

  

 CURIOSITÀ STORICHE

La depressione nei tempi antichi
I Greci la chiamavano melanconia (parte prima)

di VALMONT

Se si volesse scrivere una pur breve storia della depressione psichica occorrerebbero almeno un centinaio di pagine; è perciò opportuno limitarsi per ora a un breve cenno introduttivo e rimandare al futuro qualche esempio più specifico.
I medici greci della scuola di Ippocrate (460 a.C. circa - 377 a.C. circa), facevano dipendere lo stato di benessere dell’individuo dall’equilibrio Cripta della Cattedrale di Anagnidi quattro fluidi, detti umori: sangue, bile, atrabile o bile nera e flegma. Essi attribuivano i mali dell’anima ad un eccesso di atrabile e per questo motivo adottarono il termine melanconia, derivandolo da due parole della loro lingua: mélaina (nera) e cholé (bile) [melaina cole = melagcolia]. Una conferma dell’esistenza materiale di questo umore nero era data dalle risultanze relative all’uso dell’elleboro nella cura delle turbe psichiche. Si trattava in effetti di una pianta dai devastanti effetti purgativi ed emetici, che portava inoltre spesso alla rottura dei vasi sanguigni, con conseguente colorazione rosso-nerastra delle feci; succedeva quindi quasi sempre che i medici e, soprattutto, i parenti degli ammalati si convincessero che fosse stata imboccata la via terapeutica giusta, proprio perché sotto i loro occhi avveniva, attraverso la via più naturale, la sospirata evacuazione del nero vettore melanconico. Molti autori individuarono come sede dell’atrabile la milza, che in inglese si chiama spleen; perciò in quella contrada in tempi successivi ha avuto molta fortuna questo termine per designare gli stati tristi e melanconici.
L’attribuzione della responsabilità di tutte le turbe psichiche ad un fluido materiale rispondeva anche alla necessità di trovare per questi mali un legame che esprimesse l’interdipendenza tra anima e corpo; vale la pena citare a questo proposito quanto dice uno dei maggiori studiosi dell’argomento:
«Quello che è geniale e che ha fatto la fortuna del concetto, è proprio l’articolazione di sentimenti specifici, ma molto vaghi, con un umore molto preciso, e che può essere creduto obiettivo. (...) Da un punto di vista interazionista [si può] considerare che la bile nera è causa di paura e tristezza o che la tristezza e la paura sono cause della produzione di questo umore.»1
Ed è proprio questa caratteristica che ha fatto sopravvivere la teoria del fluido melanconico fino alle soglie dell’Ottocento.
I quattro umori erano messi in corrispondenza con altri raggruppamenti di quattro entità, numero caro alle teorie scientifico-filosofiche dell’epoca, che ne arricchivano la portata cosmologica, quali le stagioni, le età della vita dell’uomo, certi pianeti, gli elementi, le qualità.
Neanche le persone bene in salute godevano di un perfetto equilibrio degli umori e si potevano distinguere quattro tipologie individuali, a seconda dell’umore prevalente. Così, gli individui con un lieve eccesso di atrabile naturale e non adusta2 potevano dirsi di temperamento melanconico, cioè con attitudine alla vita contemplativa e tranquilla, a cui li spingeva peraltro una sensibilità timorosa. Essi erano però esposti più degli altri all’assalto della passione melanconica, specie in autunno, stagione posta in corrispondenza all’umore atrabiliare. Analogamente, per gli altri umori si poteva parlare di persone caratterizzate dai temperamenti di tipo sanguigno, collerico e flemmatico.
Questo schema teorico aveva grande ripercussione nella pratica terapeutica poiché si supponeva che, all’aumento di uno degli umori, l’organismo reagisse con la febbre, proprio per bruciarne l’eccesso. Compito Primo calendario tedescodel medico era quello di agevolare questo processo, tenendo il paziente in un ambiente ben caldo e favorendone le evacuazioni con purganti, emetici e salassi; la bravura del terapeuta consisteva quindi nel saper dosare qualità e quantità degli interventi.
Nella cripta della cattedrale di Anagni, famosa per gli affreschi del XIII secolo, nella volta che sovrasta il dipinto raffigurante Ippocrate nell’atto di trasmettere il suo sapere medico a Galeno, possiamo ammirare una rappresentazione pittorica della teoria umorale, tutta inscritta in una struttura circolare a quattro quadranti. Al centro di esso risalta una piccola figura di uomo nudo, il microcosmo, da contrapporre al mondo esterno, il macrocosmo; questa figurina è perciò circondata dalle scritte HOMO E MIKROCOSMVS IDEST MINOR MVNDVS. A partire da questo punto l’affresco comincia a differenziarsi nei suoi quattro quadranti.
Nel primo, attorno ad un viso infantile, è scritto PVERITIA – SANGVIS. C’è poi una scritta circolare che racchiude tutti e quattro i quadranti ...VM ... SIC ... DÉM FORMANT ... ELEMENTA ... . Il quadrante della pueritia riprende poi con la scritta VER HVMIDVM ET CALIDVM, e successivamente con AER CALIDVS ET HVMIDUS. Si hanno cioè i collegamenti: infanzia, sangue, primavera, aria, caldo umido.
Nel secondo, un viso di fanciullo è accompagnato dalla scritta ADOLESCENTIA – COLERA RVBRA, e poi, nell’ordine, ESTAS CALIDA ET SICCA, IGNIS CALIDVS ET SICCVS. Qui i collegamenti sono: adolescenza, bile, estate, fuoco, caldo secco.
Nel terzo quadrante, attorno ad un viso giovanile è scritto IVVENTUS – MELANCOLIA, e poi AVTUMNUS FRIGIDVS ET SICCVS, e TERRA FRIGIDA ET SICCA. I collegamenti sono: giovinezza, melanconia (bile nera), autunno, terra, freddo secco.
Nel quarto quadrante, un viso di vecchio ha la scritta SENECTVS – FLEVMA, seguita da HIEMS FRIGIDA ET HVMIDA, e da AQVA FRIGIDA ET HVMIDA. I collegamenti sono: vecchiaia, flegma, inverno, acqua, freddo umido.
Questa teoria può far sorridere noi moderni, forti delle conoscenze apportate da biologia, biochimica, anatomia e quant’altro; essa però ai suoi tempi sancì un innegabile progresso poiché significò sottrarre la medicina dalle mani dei guaritori e dei sacerdoti per affidarla agli esponenti della razionalità dell’epoca, cioè ai filosofi.
Nel Medioevo compare un nuovo termine, l’acedia, cioè l’accidia, una parola presa a prestito dal greco achdia, che indica lo stato ozioso o indifferente, uno degli aspetti che caratterizza spesso ancora oggi chi è affetto da depressione. Di questa volontà di non agire troviamo una bellissima rappresentazione in un racconto di Herman Melville, autore ottocentesco americano noto per il suo capolavoro Moby Dick e che figura nel lungo elenco di artisti caratterizzati da una sindrome maniaco-depressiva, la stessa che spesso in loro accompagna e favorisce una grande creatività. Si tratta di Bartleby lo scrivano, uscito di recente presso la casa editrice Einaudi con testo inglese a fronte, in cui il protagonista reagisce al suo più che comprensivo datore di lavoro, che pur lo vorrebbe ingaggiare a svolgere almeno qualcuno dei compiti per cui lo paga, con un ripetuto «I would prefer not to», espressione in un inglese piuttosto ricercato e che in italiano si impoverisce in un «Preferirei di no». Emblematica è anche la maniera con cui si conclude la vita del protagonista, che si lascia morire per una cupa e ostinata anoressia.
Tornando al Medioevo, il termine accidia veniva a quel tempo caricato in ambito religioso di funeste implicazioni, principalmente perché attribuito a chi avesse perso il giusto intenso collegamento con Dio. L’accidioso era colpevole del suo stesso male perché, come diceva San Bonaventura con la frase «Ubi fruitio, ibi quietatio», quando l’anima fruisce della comunione con Dio allora c’è la quiete dello spirito. Di questo modo di pensare della cultura medievale si fa interprete Dante quando piazza gli accidiosi all’Inferno, facendoli apparire sommersi nella Palude Stigia e punendoli così anche per non aver saputo laicamente apprezzare la bellezza di questo nostro mondo:

«...sotto l’acqua ha gente che sospira,
     e fanno pullular quest’acqua al summo,
     come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
     nell’aer dolce che dal sol s’allegra,
     portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam nella belletta negra”.
     Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
     ché dir nol posson con parola integra».

Prima di rinviare il seguito ad un prossimo scritto dobbiamo mettere in guardia dalla identificazione meccanica della nostra depressione con la melanconia degli antichi. Come capita ancora oggi per i termini psichiatrici, i significati cambiano spesso e molte volte riflettono un mutare delle scuole di pensiero e delle strategie terapeutiche; ed è anche per questo motivo che l’associazione degli psichiatri americani ha ritenuto necessario pubblicare con una certa periodicità un glossario descrittivo delle turbe psichiche, proprio per evitare una babele di incomprensioni. Per quanto riguarda la melanconia degli antichi, essi indicavano con questo termine uno stato di timore e tristezza e perciò, per la scienza moderna, confondevano con uno stesso nome depressione endogena, depressione reattiva, schizofrenia, nevrosi ansiose, paranoie, ecc. (continua)


Note:
1
J.Pigeaud, La maladie de l’âme. Etude sur la relation de l’âme et du corp dans la tradition médico-philosophique antique, Les belles lettres, Paris 1989; p.124.
2 Cioè non bruciata fino al punto di formare  concrezioni solide o limacciose all’interno del sangue.


 

  


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