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La Pasqua sorrentina

La Pasqua sorrentina
Aprile 01
02:00 2007

Al di là della più o meno accertata sensibilità individuale al prodotto religioso, la festività della Pasqua mantiene comunque una forte suggestione per la metafora di rinascita che le è sottesa. Se è vero che in genere la tradizione cristiana nella propria ritualizzazione non cancella del tutto il sostrato di celebrazioni pagane, anzi spesso su quelle si innesta sostituendone il messaggio, ciò appare tanto più chiaro per la Pasqua. E non fosse altro che per la sua collocazione nella stagione primaverile, nell’aura simbolica del risveglio della natura. In particolare, secondo la tradizione, la Resurrezione viene collocata nella domenica che segue il plenilunio dell’equinozio di primavera, dunque tra il 22 marzo e il 25 aprile, e su questa data mobile vengono regolate tutte le altre ricorrenze liturgiche legate temporalmente alla Pasqua (Ascensione, Pentecoste, eccetera).
Ma la simbologia della rinascita, del ritorno dalla morte alla vita, si colora di particolari atmosfere nelle celebrazioni che hanno luogo in alcuni paesi del Meridione, derivando dalle tipiche processioni spagnole che i Gesuiti diffusero nel XVI secolo nel Regno di Napoli. Lasciata la ridondanza barocca di quelle, le manifestazioni italiane mantengono un’impronta assorta e genuinamente mistica riconducibile alla matrice medioevale delle sacre rappresentazioni in cui comunque si incardinano. Pensiamo in particolare alle due processioni penitenziali che hanno luogo a Sorrento il Venerdì Santo. La prima, che si tiene nelle prime ore dell’alba, organizzata dalla Venerabile Arciconfraternita di Santa Monica, accompagna il simulacro della Madonna Addolorata che va alla ricerca del Figlio. Mentre la seconda, la sera del Venerdì stesso, accompagna la Madonna, ora vestita di nero, che, compiutosi ormai il sacrificio, segue il Cristo Morto (rappresentato da una statua lignea del Seicento). Entrambe queste manifestazioni, strutturatesi attraverso l’impronta controriformistica dei Gesuiti, ne portano esplicitamente il segno didascalico, volto a coinvolgere tutto il popolo dei fedeli, nell’esibizione dei simboli della Passione (il sudario, la colonna, i chiodi, la corona di spine, i flagelli, le catene) intesa a suscitare con maggior evidenza il ricordo del martirio e la pietà popolare. Tra le due, più che quella del Venerdì sera, troppo frequentata anche dal pubblico dei curiosi, ben più incisiva risulta quella degli incappucciati Bianchi. Alle prime ore dell’alba la statua della Vergine lascia la chiesetta della SS. Annunziata accompagnata dagli incappucciati e si inoltra nella notte per le viuzze del paese alla luce fioca di torce e lanterne. Nel silenzio, tra le case addormentate, risuona come terribile monito nell’attesa del sacrificio da compiersi il salmo davidico che invoca il perdono per le colpe degli uomini: ”Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam… Amplius lava me ab iniquitate mea… Quondam si voluisses sacrificium… Benigne fac Domine in bona voluntate tua Sion”. E tra gli aromi dell’incenso bruciato, sulla nota tenuta dal basso profondo delle voci, nell’espressione corrucciata dei volti incappucciati, in quella Notte si cancella il tempo, si distendono i secoli a ritroso fino a quel Medioevo che con la sua forza simbolica ha dato origine al rito. Davanti ad usci e finestre arde il testimone silenzioso di piccole torce e un popolo silenzioso segue il corteo. Finché comincia ad albeggiare e nel freddo sempre più pungente la processione prende la via del ritorno. Nella prima luce si disegnano i profili azzurrini dei monti, appare la sagoma del campanile. Dalla Notte del dubbio e del dolore germoglia ancora una volta la Luce della speranza. E mentre la statua viene ricondotta nella chiesa, si fa in tempo a scorgere sul muro scrostato di una casa un’iscrizione con i celebri versi dal Tasso “Co’ fiori eterni eterno il frutto dura e mentre spunta l’un l’altro matura”. Sembra così concludersi lapidariamente, col ricordo della caducità e insieme della continuità delle generazioni nella perennità della natura, questo percorso di catarsi dal buio alla luce e all’eterno risveglio, che il gallo cristiano ha voluto promettere.

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