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Giuditta Levato, di Lina Furfaro

Giuditta Levato, di Lina Furfaro
Ottobre 08
09:30 2012

giuditta-levatoTornare indietro nel tempo in una Calabria provata dalla miseria del primo conflitto mondiale, attraversando il Ventennio e veder di nuovo gli uomini partire per la seconda guerra mondiale, sciagurato epilogo di una dittatura ancor più sciagurata. Condividere il dramma di contadini privati del loro pezzo di terra e braccianti sfruttati da mezzadri avidi, forse ancor più dei loro padroni, latifondisti senza scrupolo che preferiscono lasciar terreni incolti, mentre la gente muore di stenti e di fame. Siamo a Calabricata nel Catanzarese e già dalle prime battute si sente vibrare di sdegno l’animo: il padre della protagonista viene deprivato del pezzo di terra per una somma irrisoria chiesta in prestito.

Così si apre lo scenario del nuovo romanzo di Lina Furfaro, Giuditta Levato, Falco Editore. Un romanzo che nasce da testimonianze dirette e ricerche d’archivio, proprio come il precedente lavoro letterario dell’autrice, La maestra Tita – Pellegrini Editore (2009). La protagonista alla quale è stata dedicata nel dicembre 2004, a 58 anni dal sacrificio estremo, l’ex-Sala consiliare della Regione Calabria è il simbolo della lotta contro le iniquità sociali che i braccianti riuniti in cooperative, forti dei Decreti Gullo, nel ’46 combatterono, ribellandosi ai latifondisti e cercando di riappropriarsi della terra. Vittima simbolica di anni, secoli di ingiustizia e prevaricazione verso quei contadini, servi della gleba sopravvissuti fino al XX secolo. Una donna, figlia, moglie, madre che non ha esitato ad esporsi in prima persona per rivendicare la giustizia, la libertà, la dignità dell’uomo, concetti ignorati dai benestanti e dai rassegnati villici calabresi. Una donna che viene barbaramente uccisa con il terzo figlio ancora nel grembo e al dramma si aggiunge altro dramma: quello dei figli superstiti, della sua famiglia smembrata. Leggerà il lettore quanto l’autrice, pur romanzando il racconto, sia riuscita a creare e riportare alla luce rendendo giustizia a una donna coraggiosa. L’ambientazione di una parte d’Italia arretrata, le locuzioni in stretto dialetto calabrese, puntualmente tradotto in note a piè di pagina, folclore, tradizioni e usanze, quotidianità: tutto concorre a trasportare chi legge nell’ambiente nel quale si vive e si svolge la storia. Non mancano riferimenti alla cronaca del tempo, leggi, decreti, guerre e trattati di pace, un’Italia ricostruita a stento e con molta lentezza soprattutto nel Sud. Ma lasciamo al lettore il privilegio di scoprire, commuoversi, indignarsi, immedesimarsi riga dopo riga, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, in un crescendo che lascerà qualcosa in ciascuno di noi anche dopo la fine del romanzo, dove avrà modo di documentarsi con l’autrice nella bella appendice ricca di foto e preziose documentazioni, prova del serio impegno di Lina Furfaro. Non resta che augurare una buona lettura a chi avrà in mano questo libro, del quale sono certa resterà ammaliato già dalla sua copertina: sullo sfondo ricco di crepe, simbolo di una necessità di ricostruzione, spicca l’immagine di Giuditta Levato con i suoi figli Carmelo e Salvatore, bella illustrazione di Chiara Barbaro. Sul retro, l’immagine simbolica di una pianta tipica della costa jonica calabrese, l’agave, scelta dall’autrice a simbolo della sua particolare peculiarità: fiorisce dopo trent’anni e poi muore, proprio come la coraggiosa protagonista del romanzo che non ha esitato a donare se stessa per veder rispettato quel senso di giustizia nel quale profondamente credeva.

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